Agosto 2013 – Orologio solare dittico


Orologio solare dittico

Non firmato; XVI secolo

Avorio; base 40 x 60 mm, altezza (aperto) 40 mm

Reca incise le lettere “PL”

N° Inv. 256

 

 

 

Gli orologi solari muniti di una bussola – inserita allo scopo di poterli orientare correttamente per l’uso – risalgono probabilmente ai primi anni del XV secolo. Tali strumenti si diffusero poi con la fine del Quattrocento e, durante il XVI e il XVII secolo, orologi solari portatili di vario tipo vennero prodotti in gran numero in diverse città europee. Norimberga diventò in particolare un centro molto importante per la costruzione dei modelli dittici in avorio, detti appunto orologi di Norimberga, che conobbero una larga diffusione in tutta Europa.

Gli orologi solari chiamati dittici erano costituiti da due tavolette fissate una all’altra in modo tale che l’insieme poteva aprirsi come un libro. Si trattava in generale di una forma di orologio solare multiplo, composto cioè da diversi orologi solari. Il lato interno della tavoletta inferiore, ad esempio, era inciso in modo da costituire un orologio solare orizzontale, mentre la faccia interna della tavoletta superiore costituiva un orologio verticale. A seconda delle scale incise, alcuni orologi dittici potevano anche essere impiegati come orologi equatoriali o polari. La tavoletta superiore veniva in questi casi orientata in modo da essere allineata con l’equatore terrestre o con l’asse di rotazione della terra.

Per quanto riguarda l’orologio solare qui esposto, le scale orarie sono incise solo sulla tavoletta orizzontale mentre la tavoletta superiore non reca l’incisione di linee orarie ma una raffigurazione di paesaggio dipinto. Lo strumento veniva quindi solamente utilizzato in quanto orologio solare orizzontale. Lo gnomone è qui costituito dal filo teso fra le due tavolette che vengono aperte ad angolo retto. Il filo deve essere parallelo all’asse di rotazione terrestre e quindi, a seconda dell’inclinazione data al filo al momento della costruzione, lo strumento poteva essere impiegato solo per una determinata latitudine. Per rendere lo strumento di più largo uso, la tavoletta verticale di questo orologio presenta però due forellini che permettono di fissare il filo in due posizioni diverse segnate rispettivamente “42” e “45”. Queste corrispondono rispettivamente alla latitudine 42° e 45°, latitudine di Padova.

Una bussola, ora incompleta, era incastonata nel centro dell’orologio in modo da poter allineare lo gnomone lungo il meridiano terrestre in direzione nord-sud. Si poteva allora leggere l’ora in funzione della posizione dell’ombra proiettata dallo gnomone sulla scala delle ore. Due scale orarie concentriche sono incise intorno alla bussola. La più esterna, in numeri romani, va dalle 5 di mattina alle 12 e dalle 12 alle 7 di sera e corrisponde al sistema delle ore dette comuni, secondo il quale la giornata era divisa in due gruppi di dodici ore, uno che iniziava a mezzogiorno e l’altro a mezzanotte. L’altra scala invece, più interna, in numeri arabi, va dalle 10 di mattina alle 24. Si tratta del sistema di ore italiane, che inizia con il calare del sole e finisce allo stesso punto il giorno seguente, con una numerazione da 0 a 24 ore. Questa scala veniva solitamente letta, negli orologi solari dittici, con un piccolo gnomone metallico e non con l’ombra del filo come in questo caso.

Precisiamo che fino al XIV secolo, il sistema orario più diffuso consisteva nel dividere sia la giornata, intesa come periodo di luce, sia la notte in dodici parti uguali. Il mezzogiorno e la mezzanotte corrispondevano quindi alle ore 6. Ovviamente, poiché la lunghezza delle giornate dipende dal periodo dell’anno, anche la durata delle ore era legata alle stagioni e inoltre, poiché giorno e notte coincidono in durata solo agli equinozi, le ore diurne non avevano generalmente la stessa durata delle ore notturne. Queste ore variabili erano conosciute sotto diversi nomi. Venivano infatti chiamate ore ineguali, temporali, canoniche o anche planetarie. A partire dalla metà del Trecento, apparvero poi dei nuovi sistemi orari che dividevano l’intero giorno, notte compresa, in 24 ore uguali. L’introduzione di questi sistemi coincideva con l’apparizione dei primi orologi meccanici, strumenti assai poco precisi di cui era necessario verificare le indicazioni mediante gli orologi solari. Poiché gli orologi meccanici misuravano ore eguali, diventava importante, per il paragone, graduare anche gli orologi solari secondo ore eguali. Diversi sistemi di ore eguali coesistettero allora, quali ad esempio le ore dette italiane, o anche boeme o gallesi, già menzionate. Il nome latino di questo sistema era horae ab occasu solis. Molto diffuse furono anche le ore dette babilonesi o greche – horae ab ortu solis in latino -, che iniziavano con il sorgere del Sole quale ora 0 e finivano alle ore 24 con il sorgere del Sole del giorno seguente. Ricordiamo infine il sistema delle ore comuni, dette anche tedesche o francesi, in cui la giornata era divisa, come abbiamo visto, in due gruppi di 12 ore eguali, uno che iniziava a mezzogiorno e l’altro a mezzanotte. Si tratta del sistema orario tuttora usato in ambito domestico.

Per quanto riguarda infine l’artigiano autore dell’orologio dittico in esposizione, nessuna firma esplicita è visibile, ma reca incise all’esterno le lettere “PL”, che corrispondono probabilmente alle iniziali del costruttore.

 

Sofia Talas, Fanny Marcon