Febbraio 2014 – Lanterna magica


Lanterna magica

Firmata Domenico Selva; 1748

Ferro, legno, lega speculum; 25 x 26 x 55 cm

N° Inv 69

 

 

Si tratta della prima lanterna magica acquistata da Poleni, che la descrive così nell’Indice: “Una lanterna magica lavorata dal Sig. Domenico Selva. Con un nuovo artificio, per mezzo del quale le figure si accostano e si allontanano. Vi sono tre tavolette di figure, oltre a quelle segnate alli Numeri 73 e 121.”

Proveniente dalla bottega di Domenico Selva, la lanterna è realizzata in lamiera metallica e poggia su un piedistallo di legno tornito e piombato. Posizionato su uno dei lati apribili si trova uno specchio in lega “speculum”, che fungeva da condensatore della luce, mentre dalla parte opposta è presente il supporto per la lente obiettiva, ora perduta. All’interno della lanterna si trova la lampada ad olio che serviva per l’illuminazione. Lorenzo Selva parla nei Sei dialoghi delle lanterne magiche prodotte dalla sua bottega, molto ricercate: “…in una casa privata, saranno due anni, ho veduta una vostra famosa Lanterna magica, ch’era pur la bella cosa, e dovea costar molto. L’avete voi venduta?”; Lorenzo risponde: “So dove fu; e pochi giorni dopo la mandai a Firenze, da dove ne avea avuto la commissione. In varie guise ne ho fatte di queste ancora, e pel lume di notte, e pel Sole ancora di giorno, eseguite sulle regole Ottiche; con Figure movibili al naturale, che costavano molto. Ella ne vegga una qui da giorno su questa spranga di tavola con suo piede sotto a nocella per dargli qualunque inclinazione; siccome allo specchietto: Le Figurine sul cristallo piantate al rovescio sul piedestalletto scorrono innanzi; ed indietro, per accostarle, od allontanarle dalla lente.”

 

La lanterna magica era tra gli strumenti classici dei gabinetti di filosofia sperimentale Settecenteschi e la descrizione del suo funzionamento era presente in tutti i principali trattati scientifici dell’epoca. In quanto alla paternità della lanterna magica, si tratta di un argomento che ha fatto discutere molto e che ancora fa discutere Una delle prime apparizioni della lanterna magica si ha nella seconda edizione (1671) dell’Ars magna lucis et umbrae di Kircher dove, nel decimo libro dedicato alla magia parastatica, “scienza chiusa ai profani della luce e dell’ombra”, tre pagine sono dedicate alla “lanterna magica o taumaturgica”. Kircher descrive e illustra questo nuovo strumento: consiste in una grande sala, del tutto simile a una camera oscura, all’interno della quale è posizionato un lume, che serve a illuminare otto immagini che vengono proiettate su una parete attraverso un obiettivo con lenti; un camino posto sulla sommità della camera rende possibile la fuoriuscita del fumo prodotto dal lume. Le due immagini proiettate sulla parete sono un’anima del purgatorio che brucia tra le fiamme e la morte che tiene in mano la falce e la clessidra. Prima di questa descrizione altre figure avevano fatto pensare alla lanterna magica: nel Bellicorum instrumentorum liber cum figuris delineatis et ficticiis literis conscriptus, un manoscritto risalente al 1420 e attribuito al veneziano Giovanni da Fontana, viene descritta e illustrata una lanterna capace di proiettare su una parete l’immagine di un diavolo; la lanterna è di forma cilindrica, dotata di un camino bucherellato e di un lume. Essa però non può essere una lanterna magica, poiché manca tutto l’apparato ottico che sarebbe servito alla proiezione.

Oggigiorno, la storiografia attribuisce l’invenzione della lanterna magica allo studioso olandese Christiaan Huygens. Nato all’Aia nel 1629, Huygens è figlio di uno dei più famosi poeti olandesi del tempo, Constantin, uomo di grande erudizione e amico di personaggi come Descartes e Marin Mersenne. Nel 1622 Constantin si era recato a Londra, dove aveva conosciuto Cornelis Jocobsz Drebbel, esperto di diottrica e catottrica, il quale aveva esercitato un certo fascino sull’olandese. Da Drebbel, Constantin aveva avuto la possibilità di vedere uno spettacolo eccezionale, che descrive in una lettera al padre: “Non mi è possibile di decantarvene tutta la bellezza in parole; qualunque pittura è morta al suo confronto, perché qui c’è la vita stessa, o qualcosa di ancora più elevato, se la parola non facesse difetto. Perché e la figura e il contorno e i movimenti si ritrovano naturalmente e in una maniera grandemente piacevole”. Sicuramente Constantin aveva descritto queste magiche visioni al figlio Christiaan, al quale insegna musica, meccanica e matematica, prima di mandarlo all’Università di Leida. Tra il 1651 e il 1654, tornato all’Aia, Christiaan inizia a studiare con passione l’ottica, e nella soffitta di casa inizia anche a tagliare lenti; nel 1655 fabbrica il suo primo telescopio e inizia a redigere un’opera sulla diottrica. Nello stesso anno compie insieme al fratello un viaggio a Parigi, dove ha l’occasione di leggere l’Ars magna lucis et umbrae di Kircher, che non apprezza per niente, al pari di molti intellettuali dell’epoca, tra i quali anche Descartes. Ritornato a casa, Huygens continua le osservazioni con il telescopio, scoprendo l’esistenza di Titano, satellite di Saturno, mette a punto un orologio a pendolo e successivamente scopre gli anelli di Saturno. Nel 1659 disegna sulla parete del granaio di casa dieci scheletri, ispirati a La Danza dei morti (1538) di Hans Holbein; questi scheletri sono raffigurati mentre compiono diverse azioni: tolgono e rimettono il proprio cranio, muovono il braccio, lanciano in aria il cranio di un altro. Alcune di queste figure sono contenute in un cerchio. Si tratta del prototipo non solo del primo vetro per lanterna magica, ma addirittura di vetri volti a ricreare il movimento, ottenuto mediante un’immagine fissa e un’immagine movibile. Queste figure servivano “per delle rappresentazioni a mezzo di vetri convessi alla lampada”, quindi, già nel 1659 Huygens aveva ideato la lanterna magica. Non possiamo sapere se l’invenzione fu un fatto casuale o se Huygens, magari affascinato dai racconti del padre a proposito dello spettacolo visto tanti anni prima da Drebbel, avesse deciso di costruire una macchina in grado di produrre visioni simili. La notizia dell’invenzione di questo straordinario apparecchio iniziò subito a circolare in tutta Europa e raggiunse anche Roma e il Collegio Romano, dove uno dei confratelli di Kircher, padre Guisony, il 25 marzo 1660, scrisse a Huygens: “Il buon Kirkher allestisce sempre mille giochi di prestigio con il magnete nella galleria del Collegio romano; se egli conoscesse l’invenzione della Lanterna, spaventerebbe ben bene dei cardinali con degli spettri”. Kircher ignorava quindi la costruzione della lanterna.

Nel 1660 Huygens compie un altro viaggio a Parigi, dove incontra Pierre Petit, matematico e geometra di Luigi XIV, e Balthazar de Monconys, erudito e instancabile viaggiatore; l’anno successivo si reca a Londra, dove ha l’occasione di conoscere l’ottico John Reeves. Questi tre nomi sono molto importanti per la storia della diffusione della lanterna perché saranno i primi in Europa a possedere e utilizzare una lanterna magica, della quale vennero a conoscenza dopo aver incontrato Huygens; è impossibile però dire se lo scienziato olandese avesse regalato loro delle lanterne di sua produzione o se avesse solo rivelato il segreto della costruzione. Ritornato all’Aia, Huygens metterà in un angolo la lanterna e continuerà a svolgere i suoi studi sull’ottica, che porteranno nel 1690 alla pubblicazione del Traité de la Lumière. Sembra quindi che per Huygens la lanterna magica rivestisse una scarsissima importanza, se paragonata alle sue altre ricerche, a contrario del padre Constantin, che si dimostrò invece subito entusiasta del nuovo strumento, al punto di commissionarne un esemplare al figlio; Christiaan non fu per nulla entusiasta della richiesta del padre ma non poté certamente rifiutare la richiesta. La lanterna per Huygens non solo era una cosa ormai appartenente al passato, ma si vergognava addirittura di esserne l’inventore; ciononostante continuò per qualche tempo a costruire lanterne per ordini esterni. La costruzione della lanterna commissionata dal padre gli creò non poche preoccupazioni, soprattutto quando scoprirà che Constantin se ne vuole servire per una proiezione da tenere niente meno che al Louvre, alla presenza del Re Sole e della sua corte. Inorridito dall’idea che il mondo sappia che proprio lui è l’inventore di quella che aveva definito una “bagatelle”, escogita l’unico sistema possibile per impedire questo “scempio”: fornisce al padre una lanterna manomessa, in modo da rendere impossibile qualsiasi proiezione. Inutile dire che Constantin non terrà alcuna proiezione di lanterna magica, né al Louvre né altrove. Per anni la lanterna giacerà nel granaio di Huygens all’Aia, dimenticata in un angolo e privata delle lenti, in maniera che nessuno possa appropriarsi del segreto della sua costruzione. A chi chiedeva notizie sulla lanterna Huygens rispondeva che ne aveva dimenticato i principi ottici della costruzione. Per moltissimi anni Huygens non citerà più la lanterna magica e in nessuna delle sue lettere o dei suoi appunti troviamo un accenno allo strumento del quale tanto si vergognava. Solo nel 1692, in un appunto manoscritto apposto su La Diottrica (pubblicata postuma nel 1703, Huygens muore infatti nel 1695) Huygens scrive “Et Laterna magica?”; probabilmente stava pensando di inserirla nel trattato e chissà, forse lo scienziato aveva avuto qualche ripensamento sul suo valore. Quello che sicuramente possiamo dire è che per secoli il nome di Christiaan Huygens non fu più associato a quello della lanterna magica, e in tutti i trattati settecenteschi la paternità dello strumento venne attribuita a Kircher. Altri scienziati avevano nel frattempo utilizzato la lanterna magica e c’era chi, come Robert Hooke (1635-1703), grandissimo rivale di Huygens, se n’era attribuito la paternità proponendo nel 1668, nella rivista Philosophical Transactions, la descrizione di un procedimento di proiezione di immagini dipinte su vetro: “This Optical Experiment, here to be described, is New, though easy and obvious; and hath not, that I know, been ever made by any other person this way. It produces Effects not onely very delightful, but to such as know not the contrivance, very wonderful; so that Spectators, not well versed in Opticks, that should see the various Apparitions and Disappearances, the Motions, Changes, and Actions, that may this way be represented, would readily believe them to be super-natural and miraculous, and would as easily be affected with all those passions of Love, Fear, Reverence, Honour, and Astonishment, that are the natural consequences of such belief. And had the Heathen Priests of old been acquainted with it, their Oracles and Temples would have been much more famous for the Miracles of their Imaginary Deities. For by such an Art as this, what could they not have represented in their Temples? Apparitions of Angels, or Devils, Inscriptions and Oracles on Walls; the Prospect of Countryes, Cities, Flouses, Navies, Armies; the Actions and Motions of Men, Beasts, Birds, &c. the vanishing of them in a cloud, and their appearing no more after the cloud is vanisht: And indeed almost any thing, that may be seen, may by this contrivance be very vividly and distinctly represented, in such a manner, that, unless to very curious and sagacious persons, the means how such Apparitions are made, shall not be discoverable.” Hooke non pronuncia mai il nome “lanterna” nel testo e, anche se indubbiamente le visioni da lui descritte sono ottenibili solo mediante la proiezione di lastre di vetro, non sembra che per attuarle Hooke si serva di una scatola con obiettivo, camino, lenti e lume, secondo l’idea di Huygens.

In Italia il primo a parlare chiaramente di lanterna magica è Francesco Eschinardi (1623-1703), gesuita e matematico del Collegio Romano, che nel 1668 pubblica il Centuria pars altera, dove per la prima volta la lanterna viene definita “magica”. Eschinardi descrive in dettaglio il sistema ottico che permette la proiezione delle immagini dipinte su vetro, soffermandosi soltanto sugli aspetti tecnici, ottici e geometrici, della lanterna, senza parlare dell’utilizzo di questo strumento e senza citarne l’inventore. Kircher invece, come abbiamo già accennato, descrive nell’edizione del 1671 dell’Ars magna una “lampada magica o taumaturgica”, della quale si attribuisce la paternità del meccanismo: “Nel nostro collegio noi facciamo vedere delle cose assolutamente nuove e che stupiscono molto le persone presenti. E in effetti la cosa è degna d’interesse, poiché noi possiamo riprodurre successivamente scene satiriche, tragedie teatrali e molte altre dello stesso genere. L’Artificio catottrico, che abbiamo descritto nel nostro Trattato della luce e dell’ombra, non differisce dalla nostra nuova lampada che per questo motivo: i raggi del sole sono riflessi da uno specchio su un vetro su cui vengono disegnate le immagini; sono questi raggi che vengono a dipingere su un muro, in una stanza buia e con tutti i loro colori, le immagini che contiene la lanterna mobile. Noi insegniamo anche a riprodurre queste immagini senza il soccorso dei raggi solari, per mezzo di uno specchio concavo e di una lente diafana… La lanterna magica o taumaturgica deve quindi il suo nome alle rappresentazioni meravigliose che ci offre di ogni cose di ogni genere, in una stanza buia e nel silenzio della notte profonda.”

Una tavola illustrata correda la spiegazione: in una scatola di legno molto grande è contenuta una lampada, il cui fumo esce in un camino, la quale è posizionata davanti ad un tubo. Il tubo funge da obiettivo e sull’estremità interna è fissata una lente; presso l’estremità esterna viene posizionata una lastra di vetro, sulla quale sono dipinte alcune immagini, “allegre, tristi, orribili o spaventose”. Le immagini raffigurate sulla lastra di Kircher sono otto: un uomo seminudo tra le fiamme, un uccello, un uomo in piedi con in mano un bastone, uno scheletro con la falce e la clessidra, Cristo sulla croce, un uomo che prega; le ultime due sono poco visibili. La lanterna di Kircher, o meglio, la sua rappresentazione grafica, non può però funzionare, perché la lastra di vetro è posizionata davanti l’obiettivo, e non dietro, come invece dovrebbe essere; è difficile però dare la spiegazione di un errore così grossolano compiuto da uno scienziato attento e meticoloso quale era Kircher. A questo punto, comunque, cominciavano a diffondersi gli spettacolipubblici basati sull’uso della lanterna magica e, tra i primi lanternisti, possiamo citare Johann Franz Griendel, che a Norimberga teneva numerose proiezioni, frequentate da persone provenienti da tutta Europa. In una lettera di Charles Patin (1633-1693), troviamo la dettagliata descrizione di un suo spettacolo: “I veri fantasmi e gli spettri non hanno più l’odore dell’altro mondo: so di Eroi impalliditi alla vista di questi giochi e di questi sofismi di Magia. E, non dispiaccia al Sig. Grundler, ma tutta la stima che ho della sua scienza non mi impedì il terrore, e io credetti che non ci fosse mai stato al mondo un Mago più grande di lui. Ho visto il paradiso, ho visto l’inferno, ho visto i fantasmi. (…) Scomparso tutto ciò, si fa posto a spettacoli di tutt’altra natura. In un momento ho visto l’aere riempirsi di ogni sorta di uccelli, press’a poco come li si dipinge attorno a Orfeo. In un battibaleno mi si rappresenta un matrimonio paesano, in modo così naturale che mi immaginavo di stare in mezzo alla festa. L’orizzonte della mia vista fu poi occupato da un palazzo, così superbo che soltanto può essere prodotto dall’immaginazione, davanti al quale si correva all’anello. Gli Eroi ne erano quegli Dei che l’Antichità adorava; era un piacere vedervi Momo a cavallo di un caprone mentre, insieme ai satiri, si prendeva gioco di Giove per l’esser stato maldestro in sì bella compagnia.”

Un’altra figura importante per la diffusione della lanterna magica è Johann Christoph Sturm (1635-1703), scienziato tedesco, che nel 1676 propone una lanterna magica piccola e maneggevole che, oltre a proiettare immagini dipinte su vetro, poteva proiettare anche un orologio funzionante, attraverso un meccanismo ingegnosissimo. A partire poi dal Settecento, la lanterna magica entrerà a pieno titolo in tutti i maggiori trattati scientifici del periodo e in tutti i gabinetti di filosofia sperimentale Settecenteschi. Di lanterna magica parlano anche Willem Jacob ‘s Gravesande nel suo Physices elementa mathematica, experimentis confirmata. Sive Introductio ad Philosophiam Newtonianam (1720-1725); Petrus van Musschenbroek (1692-1761) nel suo Elementa Physica (1726) e infine anche l’abbé Jean-Antoine Nollet nelle sue Leçons de physique expérimentale (1743-1748) e ne l’Art des expériences (1770). Nollet aveva in precedenza, nel Programme ou idée générale d’un Cours de physique expérimentale avec un catalogue raisonné des instrumens qui servent aux expériences (1738), preso le difese della lanterna magica, da molti avversata, spiegandone il ruolo nell’ambito di un gabinetto di fisica: “Sebbene questo strumento sia diventato di uso molto comune, noi non crediamo che per questo esso sia spregevole, & ci troviamo d’accordo con alcuni dei grandi Fisici moderni che l’hanno elevata al rango delle loro macchine, & che ne fanno delle ampie descrizioni nei loro trattati. La lanterna che menzioniamo qui crea degli spettacoli ancora più piacevoli poiché la maggiorparte delle figure sono moventi e perfettamente disegnate.”

Vale la pena ricordare che le lanterne magiche erano molto frequenti nei salotti e nelle corti, dove divennero ben presto un intrattenimento molto ricercato. Tra i tanti appassionati di questo strumento troviamo anche Voltaire (1694-1778) il quale, fra gli strumenti di filosofia sperimentale del suo Gabinetto, possedeva anche una lanterna magica, con la quale intratteneva gli ospiti del castello di Cirey. Durante una di queste serate, precisamente il 10 dicembre 1738, Voltaire si improvvisa lanternista e inizia a proiettare le lastre, commentandole con un marcato accento savoiardo. Le immagini proiettate mettevano in ridicolo due noti oppositori di Voltaire, ovvero Louis-François Armand Vigneront du Plassis, duca di Richelieu e nipote del Cardinale, e Pierre François Guyot, detto Desfontaines, uno dei suoi più acerrimi rivali. Della serata resta una testimonianza scritta: “Dopo la cena, [Voltaire] ci fece vedere la lanterna magica con delle storie da morir dal ridere. Ha preso in giro la civetteria di M. il duca di Richelieu, la storia dell’abate Desfontaines e e qualsiasi tipo di racconti, sempre con il tono da savoiardo. Non c’era niente di così divertente, ma a forza di toccare lo scovolo della sua lanterna, che era riempito di alcool, se lo è rovesciato sulla mano, che si è incendiata. Tutto questo ha interrotto un po’ il divertimento, che è ricominciato un momento dopo.”

 

Sofia Talas, Fanny Marcon