Gennaio 2014 – Camera ottica


Camera ottica

Non firmata; 1730 ca.

Legno, vetro, cartone, bronzo; 62 x 32 x 33 cm

N° Inv. 5

 

 

Appena istituita la cattedra di filosofia sperimentale, il 27 novembre 1738, e prima ancora che questa venisse affidata a Giovanni Poleni, Giovanni Francesco Morosini, uno dei Riformatori dello Studio di Padova, avviò le trattative per l’acquisto di alcuni strumenti, tra i quali questa camera ottica, dagli eredi di un patrizio veneziano, Cristino Martinelli che già dagli anni 1680 si era dedicato con passione allo studio della nuova filosofia naturale. L’operazione dell’acquisto degli strumenti di Martinelli venne affidata a Poleni, non appena la nuova cattedra gli venne affidata e cinque strumenti, tra i quali questa camera ottica, vennero ufficialmente acquistati il 25 marzo 1739. Giovanni Poleni descrive la presente camera nel suo Indice delle Machine come “Una camera optica lunga pollici ventiquattro, alta pollici dodeci e linee quattro, di legno di noce. Con due specchi piani, uno di metallo e l’altro di cristallo e con una lente convessa. V.1. L’Ecc.mo Magistrato le comprò dalli N.N.H.H Martinelli.”

Una lente convessa costituisce l’obiettivo della camera, permettendo la messa a fuoco dell’immagine. All’interno si trovano uno specchio piano e una lastra di vetro posta a 45° rispetto allo specchio. Un’altra lente è fissata sul coperchio della camera ottica allo scopo di verificare la messa a fuoco del disegno a camera chiusa. Appoggiando un foglio di carta sul vetro era possibile disegnare il paesaggio esterno.

 

Si sapeva fino dall’antichità greca che praticando un piccolo foro su un muro di una stanza buia, gli oggetti posti all’esterno appaiono proiettati capovolti all’interno della stanza sulla parete di fronte al foro. Già Aristotele aveva osservato il passaggio di un raggio di luce attraverso un foro, ma non aveva compiuto altre osservazioni; fu poi lo scienziato musulmano Ibn al- Haytham (965-1039), conosciuto in Occidente come Alhazen, a compiere i primi studi sulla camera oscura. Ruggero Bacone (1214-1294) riprenderà nel Duecento l’esperienza di Alhazen, dedicando a essa una parte del trattato De multiplicatione specerium (1267), parlando per la prima volta di uno schermo sul quale proiettare i raggi di luce; un manoscritto a lui attribuito contiene inoltre la prima testimonianza sull’utilizzo della camera oscura per osservare le eclissi di sole: “Un giorno in cui il sole è eclissato, volete, senza pericolo per gli occhi, osservare tutta l’eclisse, sapere quando comincia, quali ne sono la grandezza e la durata? Osservate il passaggio dei raggi solari attraverso un buco rotondo, e guardate con cura il cerchio illuminato che questi raggi producono nel posto dove vanno a cadere”. Per molto tempo è questo l’unico utilizzo conosciuto della camera oscura e anche il soggetto della prima raffigurazione nota di una camera oscura, a opera di Gemma Frisius (1508-1555), cosmografo, matematico e cartografo, che a Lovanio aveva fondato un laboratorio di costruzione di strumenti scientifici, patrocinato da Carlo V e rinomato in tutta Europa. Gemma Frisius nel 1545, nel suo De radio astronomica et geometrico, rappresenta proprio un’eclisse di sole osservata per mezzo di una camera oscura.

Sarà poi Leonardo (1452-1519) il primo a descrivere nel Codice Atlantico la camera oscura come strumento utilizzabile anche per l’osservazione degli oggetti esterni, e non solo per l’osservazione dei fenomeni astronomici, descrivendo inoltre l’analogia tra il funzionamento dell’occhio e la camera oscura: “La sperienza, che mostra come li obbietti mandino le loro spezie ovver similitudini intersegate dentro all’ochio nello omore albugino, si dimostra quando per alcuno picolo spiraculo rotondo penetreranno le spezie delli obietti alluminati in abitazione forte oscura. Allora tu riceverai tale spezie in una carta bianca posta dentro a tale abitazione alquanto vicina a esso spiraculo. E vedrai tutti li predetti obbietti in essa carta colle lor proprie figure e colori; ma saran minori e fieno sottosopra, per causa della detta intersegazione. Li quali simulacri, se nascieranno dal loco alluminato dal sole, parran proprio dipinti in essa carta, la qual vuol essere sottilissima e veduta da rovescio.”

Nel 1550, con il De Subtilitate di Gerolamo Cardano (1501-1576), alla camera oscura venne aggiunta una lente di vetro: “Se a uno piace vedere ciò che accade nella strada, quando il Sole è splendente, porrai un disco di vetro nella finestra, quindi, chiusa la finestra, vedrai le immagini che attraverso il foro arrivano su un piano di fronte; ma con colori scuri: allora porrai una carta bianchissima nel luogo dove vedi le immagini e otterrai lo scopo desiderato in modo meraviglioso”. Il “vetro” altro non è se non una lente convergente, che aiuta a mettere a fuoco e a migliorare le immagini provenienti dall’esterno.

Bisognerà poi attendere Giovan Battista Dalla Porta (1535-1615) e il suo Magiae naturalis libri XX, pubblicato a Napoli nel 1589, per trovare la descrizione di uno spettacolo ideato e realizzato grazie alla camera oscura. Dalla Porta ribadì inoltre il parallelo tra camera oscura e occhio, che venne ripreso anche da Keplero, il quale cercò anche di studiare nuove soluzioni tecniche, proponendo nel 1611 un modello di camera oscura a forma di una piccola tenda portatile, il primo di molti modelli portatili che verranno proposti nel corso del tempo. Anche Descartes esamina nella Diottrica il parallelo occhio-camera oscura, suggerendo inoltre di sostituire al buco della camera oscura un occhio preso da un uomo o da un animale morto. Vale la pena di sottolineare che moltissimi artisti si avvalerono della camera ottica per le loro opere, uno su tutti Giovanni Antonio Canal, meglio noto come Il Canaletto (1697-1768), che nel cuore del Settecento utilizzò una camera ottica per diverse sue vedute di Venezia.

Strumento per spettacoli, ausilio per pittori, la camera ottica fu anche nel Settecento oggetto di studi da parte degli scienziati, che ne svilupparono modelli via via più perfezionati. Willem Jacob ‘s Gravesande (1688-1742) scrive ad esempio l’Essai de perspective- Usage de la chambre obscure pour le dessin, pubblicato a L’Aia nel 1711 con l’approvazione della comunità scientifica. In questo trattato lo scienziato propone una definizione di camera oscura: “Ogni luogo privo di luce, nel quale si rappresenta su un foglio, o su qualcos’altro di bianco, gli oggetti che si trovano al di fuori, esposti alla luce del giorno”. Il trattato è diviso in diversi teoremi, nel secondo dei quali viene presentata una camera oscura a forma di portantina, dotata di uno specchio verticale girevole, un sedile e un tavolo per il disegno, oltre che di un tubo per la ventilazione. Lo scienziato mette soprattutto in evidenza come essa sia utile per il disegno e pone quattro questioni legate a diverse necessità d’utilizzo. Esamina ad esempio come rappresentare gli oggetti nella loro posizione naturale, oppure come far apparire a destra ciò che è posizionato a sinistra e viceversa, o ancora come rappresentare gli oggetti dispersi in un ambiente naturale e farli sembrare tutti davanti alla camera ottica. ‘s Gravesande pone peraltro anche il problema della riproduzione del volto umano e presenta una seconda macchina utile a tale scopo, “una specie di scatola…estremamente facile da trasportare”, di cui fornisce tutte le informazioni utili alla costruzione. Anche l’abbé Jean-Antoine Nollet (1700-1770) descrive la camera oscura ne l’Art des expériences (1770), trattato in tre volumi dedicato agli “amateurs de physique”, concentrandosi solo sulle camere oscure portatili. Della camera oscura in generale Nollet aveva già parlato nelle Leçons de physique expérimentale (1743-1748), nella sezione De la vision aidée par les instrumens d’Optique. Oltre a dare alcune nozioni storiche sulla nascita della camera oscura, Nollet ne descrive una di sua invenzione, immaginata già 25 anni prima della stesura del trattato, di forma piramidale e molto adatta ad essere trasportata. Una camera oscura di questo tipo, costruita da Nollet, è ancora conservata presso il Museo Stewart di Montréal.

 

Sofia Talas, Fanny Marcon