Giugno 2013 – Astrolabio


Astrolabio

Firmato “Renerus Arsenius Nepos Gemme Frisy Faciebat Louany 1566”; 1566

Ottone; 360 x 306 x 37 mm

N° inv. 341

 

 

 

Definito “gioiello matematico” o “regina” fra gli strumenti scientifici del Rinascimento, l’astrolabio – si parla qui dell’astrolabio detto “piano” o “planisferico”, da non confondere con altri modelli o altri strumenti a loro tempo designati con il termine “astrolabio” – appare senz’altro come lo strumento più importante e versatile del Medioevo e del Rinascimento. Era un modello in due dimensioni dell’Universo, permetteva di effettuare osservazioni e raffinati calcoli astronomici, e svolse un ruolo centrale anche nell’ambito dell’astrologia e della topografia.

L’origine dell’astrolabio è antichissima. La proiezione stereografica, che è alla base della concezione dello strumento, viene attribuita all’astronomo greco Ipparco (150 a.C.) di cui non è però sopravissuto nessun testo in merito. Si trova invece nel Planisphaerium di Tolomeo, scritto intorno al 160 d.C., la più antica descrizione della proiezione rinvenuta fino a oggi. Vale la pena sottolineare che Tolomeo nel suo Planisphaerium si concentra su una trattazione teorica della proiezione stereografica, ma alcuni riferimenti a uno “strumento oroscopico” suggeriscono che fosse già in uso in quegli anni una sorta di “antenato” dell’astrolabio. In quanto all’astrolabio piano vero e proprio si pensa sia stato inventato verso la fine del IV secolo, poiché compare una descrizione dello strumento in un trattato di Teone di Alessandria. L’astrolabio comincia da allora ad apparire in numerose opere scritte in greco, in siriaco, in arabo e infine in latino. A poco a poco, la conoscenza dell’astrolabio inizia così a diffondersi nei vari paesi. A partire dalla regione siro-egiziana, l’astrolabio giunge intorno al IX secolo in Persia e da lì viene introdotto a metà Cinquecento nell’India dei Mogol. L’astrolabio arriva nel frattempo anche in Cina – portato a Kublai Khan da un astronomo persiano nel 1267 – dove però viene usato in modo piuttosto limitato. Lo strumento riscuote invece grande successo a partire dal X secolo in Africa del Nord e nella Spagna musulmana, attraverso cui penetra poi nell’Europa cristiana. I viaggi di studiosi in Andalusia e le traduzioni dei testi arabi contribuiscono in modo decisivo alla diffusione dell’astrolabio fra gli uomini di scienza europei. Fra gli eruditi che si recano nella Spagna musulmana per raccogliere i tesori della scienza greco-araba, ricordiamo Gerbert d’Aurillac (c. 945-1003), divenuto Papa nel 999 con il nome di Silvestro II, il quale introduce l’astrolabio in diverse città europee.

Precisiamo che la diffusione culturale dell’astrolabio – che acquista poco a poco notorietà anche al di fuori della ristretta cerchia degli studiosi – è documentata in Europa fino dal XII secolo. Se ne trovano rappresentazioni nelle cattedrali, come ad esempio nei bassorilievi del pulpito della cattedrale di Pisa a opera di Giovanni Pisano, e lo strumento compare anche nella letteratura. Citiamo tra l’altro il caso di Eloisa ed Abelardo che danno a loro figlio il nome di “Astrolabio”. Per le notevoli applicazioni, l’astrolabio diventa presto indispensabile presso le corti di re e imperatori. Personaggi come Federico II di Svevia o Elisabetta I d’Inghilterra contavano nel loro seguito astronomi di fiducia che utilizzavano l’astrolabio sia per calcoli astronomici sia per previsioni astrologiche. Infine, come alcuni altri strumenti scientifici del Rinascimento, gli astrolabi diventarono anche sinonimi di conoscenza, rappresentativi dell’autorevolezza di cui godeva la scienza, ricercatissimi dai nobili che intendevano mostrare la propria erudizione e rinforzare il proprio prestigio. Simbolo non solo del cosmo ma dell’astronomia stessa, noto anche in ambienti che non avevano idea del suo effettivo funzionamento, l’astrolabio costituiva una testimonianza tangibile di come la genialità greca aveva saputo associare l’astronomia con la geometria. In Europa, l’apogeo della produzione di astrolabi e della pubblicazione di trattati che lo riguardano venne toccato alla fine del Quattrocento e durante il Cinquecento.

In quegli stessi anni, l’università di Lovanio, nelle Fiandre, che godeva già di grande fama per quanto riguarda lo studio della matematica e dell’astronomia, diventò uno dei più prestigiosi luoghi di produzione di strumenti scientifici d’Europa. A dar vita alla cosiddetta “scuola di Lovanio” fu Gemma Frisius (1505-1555), matematico e astronomo, che ideò numerosi strumenti astronomici. Tre dei suoi trattati sono di fatto dedicati alla costruzione e all’uso della strumentazione da lui inventata o perfezionata. Nel 1527, lo studioso iniziò a progettare globi con Gaspar van der Heyden, matematico ed artigiano, e si unì a loro nel 1535 il cartografo e matematico Gerardo Mercatore (1512-1594). Questi, che univa alle competenze scientifiche anche doti di ottimo incisore, diventò presto molto famoso – costruì tra l’altro strumenti anche per l’imperatore Carlo V e glieli consegnò personalmente. Mercatore lasciò però Lovanio nel 1552 per ragioni religiose e subentrò allora un altro costruttore, Arsenius, che acquistò a sua volta una grande fama, dando vita a uno stile che influenzò svariate generazioni di costruttori. Gli strumenti di Arsenius, la cui attività è attestata dal 1554 al 1579, univano una squisita bellezza a un’altissima qualità tecnica e furono ricercatissimi da una vasta e prestigiosa clientela da ogni parte d’Europa. Tra i suoi estimatori ricordiamo ad esempio il re di Spagna Filippo II, il successore di Carlo V.

L’astrolabio esposto in mostra appartiene al Museo di Storia della Fisica dell’Università di Padova. Su questo astrolabio, così come su tutti gli strumenti da lui costruiti, Arsenius si firma nepos, cioè nipote, di Gemma Frisius. Anche se l’esatta relazione tra i due personaggi non è tuttora chiara poiché il latino nepos può significare sia nipote e discendente che allievo, è certo comunque che Arsenius lavorò nei primi anni direttamente sotto la guida teorica di Gemma Frisius, seguendone poi scrupolosamente i principi. L’influenza di Gemma Frisius risulta in particolare molto marcata sugli astrolabi realizzati da Arsenius. L’astrolabio di Padova reca ad esempio inciso sul retro un tipo particolare di proiezione già concepita dall’astronomo arabo Azarquiel nell’XI secolo e riproposta da Gemma Frisius. Si tratta di una proiezione stereografica universale che permetteva l’uso dell’astrolabio a qualsiasi latitudine, da cui la designazione proposta da Gemma Frisius di astrolabio catholico, in associazione all’universalità della fede cattolica.

L’astrolabio esposto è inoltre munito di due timpani incastonati l’uno sopra l’altro nella base (la cosiddetta madre) dell’astrolabio. Questi permettevano diversi calcoli e misure ognuno per una data latitudine, rispettivamente 42° e 51°. I timpani, incisi su entrambe le facce, recano non solo le classiche linee di coordinate relative all’osservatore (orizzonte, tropici, linee di azimuth, linee di eguale altitudine), ma anche diversi diagrammi di ore (ineguali e uguali) e la proiezione delle dodici case astrologiche.

Su questo astrolabio il quadrato delle ombre, specifico per l’impiego dell’astrolabio in rilevamenti topografici, è riportato lungo una scala semicircolare nella parte inferiore dello strumento. Ricordiamo in proposito che Gemma Frisius fu proprio tra i paladini dell’uso dell’astrolabio per le misure terrestri e tutti gli astrolabi di Arsenius presentano, anche se sotto forme diverse, il quadrato delle ore. La madre dell’astrolabio di Padova reca inoltre l’incisione di un quadratum nauticum, tabella di longitudine e latitudine che indicava la rotta nautica da seguire con una bussola tra due punti di latitudine e longitudine conosciuti. Il quadratum nauticum, disegnato da Gemma Frisius, fu inserito da Arsenius in tutti i suoi astrolabi, anche se appare assai difficile pensare che questi strumenti raffinati e preziosi siano mai stati impiegati su una nave. Si trattava forse di un richiamo alla recente evoluzione dell’astrolabio in strumento nautico, o semplicemente di un tocco di esotismo, un cenno ai grandi viaggi attraverso i mari che segnarono così profondamente quel periodo.

In quanto alla rete dell’astrolabio di Padova, essa presenta la fattura tipica della scuola fiamminga di Lovanio, con le stelle indicate da serpentini e, all’interno dell’eclittica, il classico tulipano che si delinea fra gli intrecci dell’ottone. Un astrolabio costruito da Mercatore nel 1545 (Brno, Repubblica Ceca, Moravska Galerie) è il primo astrolabio a presentare questa particolarità stilistica, che si ritrova poi in tutti gli astrolabi di Lovanio e che è anche ben visibile nell’astrolabio rappresentato dietro Gemma Frisius nel ritratto eseguito da J. Stalburch nel 1555 (Bruxelles, Bibliothèque Royale Albert I).

Aggiungiamo che lo stile fluido delle incisioni dell’astrolabio di Padova, quasi tutte in corsivo, è un’altra delle caratteristiche degli strumenti di Lovanio che venne introdotta da Gerardo Mercatore. Questi pubblicò infatti nel 1540 un trattato sull’uso corretto e consistente del corsivo che risultò subito utilissimo per cartografi e costruttori di strumenti scientifici offrendo dei caratteri ideali per scrivere in modo chiaro ed elegante in spazi piccoli. Il manuale di Mercatore fu largamente seguito – dai cartografi olandesi ad esempio – e gli astrolabi di Lovanio furono i primi a essere incisi con caratteri corsivi.

Precisiamo infine che l’astrolabio di Padova, oltre a costituire un prezioso esempio di astrolabio rinascimentale europeo, presenta anche una particolarità che lo rende unico al mondo: sia sui timpani che sulla rete di questo astrolabio, la proiezione si estende a sud del tropico del Capricorno, mentre solitamente tale tropico costituisce il limite esterno dei piatti e della rete degli astrolabi. In altre parole, sono per esempio incluse sulla rete di questo astrolabio delle stelle che si trovano a sud del tropico del Capricorno. Si tratta dell’unico esemplare conosciuto di astrolabio costruito da Arsenius con una simile estensione, che non viene peraltro mai menzionata né nei testi islamici né nei trattati occidentali dell’epoca.

 

 

Sofia Talas, Fanny Marcon