Novembre 2013 – Stereoscopio di Brewster


Stereoscopio di Brewster

Firmato “Duboscq Soleil à Paris”; 1850 ca.

Legno, ottone, vetro; 18 x 16 x 10 cm

N° Inv. 684

 

 

Acquistato dal prof. Giusto Bellavitis, questo stereoscopio è stato costruito dalla ditta francese Duboscq-Soleil, tra le più importanti per la costruzione di strumenti ottici. Sullo strumento è presente, oltre alla firma, anche l’incisione “DS Bréveté S. G. du G.”, che indicava “Bréveté sans garantie du Gouvernement” e attribuiva la responsabilità del funzionamento alla ditta costruttrice, sollevando lo Stato da ogni responsabilità di malfunzionamento o truffa.

La visione stereoscopica era in quel momento uno degli argomenti di punta della ricerca sui fenomeni ottici – insieme alle ricerche sulla persistenza dell’imagine sulla retina – ed interessò anche alcuni dei docenti che si sono succeduti alla cattedra di fisica dell’Universtà di Padova, da Francesco Rossetti, successore di Bellavitis, che pubblicò nel 1861 Della visione bioculare: note, ad Augusto Righi (1850-1920), docente di fisica presso l’Ateneo patavino dal 1885 al 1889, che pubblicò nel 1875 “Sulla visone stereoscopica”.

 

 

Inventato nel 1832 dal fisico inglese Charles Wheatstone (1802-1875), lo stereoscopio venne perfezionato da David Brewster nel 1849. Il modello di Wheatstone era costituito da un visore a riflessione composto da due specchi posizionati ad angolo di 45°; alle due estremità del visore si trovavano due disegni o fotografie con lo stesso soggetto ripreso con un’angolazione leggermente diversa (solitamente di 6 centimetri, la nostra distanza intraoculare). L’osservatore doveva avvicinarsi agli specchi e allontanare i telai finché i riflessi delle due immagini non si sovrapponevano creando un unico soggetto tridimensionale. Lo strumento venne presentato nel 1838 alla Royal Society, dove riscosse un discreto successo. Sarà però la versione ideata da Brewster a diventare la più popolare, poiché lo stereoscopio di Wheatstone era poco maneggevole e assai ingombrante. Brewster realizza un visore lenticolare molto più semplice e pratico, mettendo al posto degli specchi due lenti, inserite in una scatola di legno. Da un lato della scatola era possibile inserire i due disegni stereoscopici. Due piccoli pomelli permettevano la regolazione degli oculari per ottenere la sovrapposizione delle immagini.

L’invenzione di Brewster ebbe però poco successo in Inghilterra e il fisico, deluso dalla reazione di ottici e fotografi, decise di recarsi a Parigi e presentare il suo strumento all’abate François Moigno (1804-1884) e ai costruttori di strumenti Louis-Jules Duboscq e Jean Baptiste François Soleil, i quali dimostrarono invece un grande entusiasmo verso lo stereoscopio. Brewster scrisse in proposito: “These gentlemen saw at once the value of the instrument, not merely as one of amusement, but as an important auxiliary in the arts of portraiture and sculpture”. Furono proprio loro a lanciare definitivamente sul mercato lo stereoscopio di Brewster, presentandolo anche all’Esposizione Universale di Londra del 1851, dove lo poté ammirare anche la Regina Vittoria. Lo stereoscopio era venduto insieme ad immagini realizzate mediante tecnica dagherrotipica. Di fatto, fu proprio l’utilizzo di questo tipo di immagini uno dei motivi del grande successo di questo strumento. Dopo l’Esposizione Universale di Londra, ne furono infatti venduti, tra Parigi e Londra, circa 250.000 esemplari in pochi mesi.

Louis-Jules Duboscq (1817-1886) eredita nel 1849 metà dell’atelier Soleil, fondato nel 1819 in rue de l’Odéon a Parigi dal suocero Jean-Baptiste-François Soleil (1798-1878), altro importante costruttore di strumenti ottici. La ditta prenderà prima il nome di Duboscq-Soleil e successivamente, dal 1883, di Duboscq-Pellin; François Philibert Pellin (1847-1923), ingegnere e anch’egli costruttore di strumenti ottici che nel 1833 diventa socio di Jules Duboscq. Alla morte di quest’ultimo Pellin rileva tutta la società che prenderà definitivamente il suo nome. Sarà poi il figlio Felix a continuare l’attività.

 

Sofia Talas, Fanny Marcon